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Vicenza, ti voglio bene

18 Nov

Sono un veronese atipico. Molto atipico. Sarà che la mia famiglia è originaria tutta da Vicenza e provincia. Sarà che la mia cuginetta preferita vive a Vicenza. Sarà che i miei a casa paralvano il dialetto vicentino e per cui io dico “tosi” (“ragazzi” in vicentino) e non “butei” (“ragazzi” in veronese) e dico “ghe xé” (“c’è” in vicentino) e non “ghé” (“c’è” in veronese). Sarà che non ho mai amato l’Hellas ma sempre il Chievo. Sarà che io sono strano… sarà…

Però difficile non commuoversi andando a Vicenza e vedendo che la gente per strada, al posto di guardare avanti, volge la testa e guarda in direzione del fiume. Lo guarda con una faccia triste e incredula, come di chi si è sentito tradito dall’amico più caro.

Difficile non commuoversi davanti ai segni della piena che ancora raccontano l’alluvione, ai sacchetti della Protezione Civile ai piedi dei palazzi, al ponte Pusterla chiuso e transennato assieme ai suoi negozi e negozianti, agli uffici che ancora oggi pompano fuori l’acqua dagli scantinati.

E poi… e poi c’è questo:

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Ti aspetto anche domani notte

14 Nov

Sabato sera solo. Con Valerie l’ultimo litigio è stato l’ultimo davvero (anche se in realtà è la terza volta in 7 anni che lo penso). Ora non ci parleremo per un paio di mesi almeno e poi lei ricomincierà a rifrequentare i posti che io bazzico con regolarità svizzero-giapponese. Vabbé. Siamo un pò come un ciclo a ripetizione della vicenda peccaminosa (scopare per scopare, e basta) di Cameron e Chase in certe puntate di Dr. House. Solo che sto giro la bionda è la “lei”.

Comunque, Valerie a parte, neanche Martina non s’è più vista. La prossima riunione con tutti i dipendenti di tutti i reparti sarà fra una ventina di giorni, chissà se lei avrà avuto il rinnovo nel frattempo. In fondo questi contratti a scadenza sono una metafora niente male della vita sentimentale di quelli come me (intendo quelli cazzoni come me, mica quelli sciupafemmine): 2-3 mesi, se va bene altri 2-3 e poi cambio, via con un’altra meno dispendiosa. Non economicamente, intendo, ma emotivamente (non sono arrivato a quel punto per fortuna… ancora…).

Sono solo che cammino per strada. C’è un vernissage. Mi viene in mente uno di quei film di Woody Allen dove ci si trova ad una mostra a parlare di quanto interessante era la pippa mentale che sta dietro una scultura dimmerda. Comunque, l’arte mi piace, il buffet lo intravedo in fondo a destra (Gaber diceva che in quella zona c’era il cesso, dovrei prenderlo come un brutto segno?) e per cui mi ci tuffo. Niente birra. Vabbé, sono un bifolco, cerco la birra anche nel luogo più radical-chic della città. Comunque le bollicine della Franciacorta non son niente male.

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Tacco 12

31 Ott

Dalla locandina di Quo Vadis Baby di Gabriele SalvatoresNon è credibile. Me lo dico da solo. Non è credibile. In fin dei conti potrebbe anche non star succedendo. E invece sì.

No, non si tratta di alieni o UFO (purtroppo). Non c’è nemmeno un ragno radiattivo nell’intento di mordermi e riempirmi di superpoteri (per fortuna). Sono appena entrato nel solito locale con Valerie. Da 3 mesi non ci vedevamo, abbiamo passato dei bei momenti insieme in passato. Ci stiamo riprovando, ma la minestra riscaldata proprio no, con me non funziona. Anche se faccio fatica a ricordare delle notti più calde rispetto a quelle passate con Valerie. E lei è ancora uno schianto, fisicamente parlando è una bomba sexy che cammina su tacco 12. Ma non basta.

Non è “Valerie non mi tira più” a non essere credibile però (se la vedeste, potreste benissimo pensarlo comunque). È che nel mentre guardo per la 72a volta l’orologio sperando che mi venga in mente una scusa per tirare il pacco a Valerie, penso a Martina. L’ho vista solo due volte: quando si è presentata in ufficio per il colloquio per lo stage e quando ha partecipato a una delle più noiose riunioni del mondo in cui lei, ultima arrivata, prendeva appunti come la prima della classe al liceo. Continua a leggere

Colazione chimica

26 Ott

Antibiotico?
“Celo”
Antinfiammatorio?
“Celo”
Antidepressivo?
“Celo”

Sono in ordine, uno affianco all’altro. Tanto per non farsi mancare niente, metto capofila anche la tazzina di caffé… doppio. Tutti prescritti dal medico eh, niente da dire. Però l’effetto che fanno, lì, tutti insieme, è abbastanza impressionante.

“A cosa serve aver smesso di fumare se poi mi devo sparare tutta sta roba in corpo?”

Da domanda retorica a domanda esistenziale:

“E adesso quale mi faccio per primo?”

La pasticca di antidepressivo è più piccola. Andiamo con quella, così mi scaldo. Pasticca, acqua, ingoio, giù.

Siluro due: l’antibiotico. Pasticca, acqua, ingoio, giù.

Antinfiammatorio: polvere diluita, acqua, giù.

Ora la goduria: doppio caffé. Evvai.

Guardo il vecchio posacenere che mi regalarono nel Natale del 1998, ancora lo ricordo. È in pensione ormai da 7 mesi, il posacenere. Guardo le confezioni usate delle medicine. Una sembra quella degli Hatù… l’idea mi fa scorrere un brivido di disgusto lungo la schiena. Riguardo il posacenere, compagno di tante nottate insonni.

“Fanculo” Continua a leggere

Sveglia: caffé, barba e bidet

23 Ott

“Cazzo da Imperatrice!”

Lo diceva il poeta, lo esclamo ora  io, David Fante (per gli amici), al primo suono della sveglia.

“Mmmmmmmm”

Ci provo ma non riesco. La mano destra è morta, schiacciata tutta la notte sotto il panzone che mi ritrovo, altro che six feet under. I primi rivoli di sangue, ora che è libera, cercano di irrorare i polpastrelli. Ma il tempo passa e quella cazzo di sveglia continua a suonare senza che riesca a spegnerla.

“Fanc…”

Ogni tentativo è inutile. La sveglia suona, la mano non risponde. Tanto vale alzar il culo con un balzo (che di felino ha nulla). Nonostante la resistenza della forza di gravità e delle membra intorpidite, il gesto si conclude con discreto successo. Accendo la luce, con la sinistra obviously. Inizia una nuova fottutissima giornata, anche oggi si parto con l’obiettivo di vendere, circumnavigando la volontà e la ragione altrui, il merdosissimo prodotto di quelli che ogni mese mi ficcano 2 lire di stipendio nel conto corrente. Cristo!

Pisciata, caffé, spazzolino, pettine e vestiti da damerino per fingere di essere una persona seria. Tutto col pilota automatico, senza pensare, esattamente come passo le mie ore a partire dal momento in cui indosso la maschera del venditore.

La sveglia continua a suonare, ha vinto la battaglia e ora anche la guerra. Ormai è diventato un rumore di fondo quel suono. Ci ho rinunciato: che suoni la bastarda. Sbam. La porta si chiude alle spalle.