Ti aspetto anche domani notte

14 Nov

Sabato sera solo. Con Valerie l’ultimo litigio è stato l’ultimo davvero (anche se in realtà è la terza volta in 7 anni che lo penso). Ora non ci parleremo per un paio di mesi almeno e poi lei ricomincierà a rifrequentare i posti che io bazzico con regolarità svizzero-giapponese. Vabbé. Siamo un pò come un ciclo a ripetizione della vicenda peccaminosa (scopare per scopare, e basta) di Cameron e Chase in certe puntate di Dr. House. Solo che sto giro la bionda è la “lei”.

Comunque, Valerie a parte, neanche Martina non s’è più vista. La prossima riunione con tutti i dipendenti di tutti i reparti sarà fra una ventina di giorni, chissà se lei avrà avuto il rinnovo nel frattempo. In fondo questi contratti a scadenza sono una metafora niente male della vita sentimentale di quelli come me (intendo quelli cazzoni come me, mica quelli sciupafemmine): 2-3 mesi, se va bene altri 2-3 e poi cambio, via con un’altra meno dispendiosa. Non economicamente, intendo, ma emotivamente (non sono arrivato a quel punto per fortuna… ancora…).

Sono solo che cammino per strada. C’è un vernissage. Mi viene in mente uno di quei film di Woody Allen dove ci si trova ad una mostra a parlare di quanto interessante era la pippa mentale che sta dietro una scultura dimmerda. Comunque, l’arte mi piace, il buffet lo intravedo in fondo a destra (Gaber diceva che in quella zona c’era il cesso, dovrei prenderlo come un brutto segno?) e per cui mi ci tuffo. Niente birra. Vabbé, sono un bifolco, cerco la birra anche nel luogo più radical-chic della città. Comunque le bollicine della Franciacorta non son niente male.

Non sono mai stato in questo palazzo. Oltre la grande hall c’è un corridoio, tutto bianco. Non si distingue il destino di quel corridoio, sono curioso, mi ci dirigo. Dietro di me però sento una risata famigliare. Mi giro. Valerie. Guardo al cielo dicendo un bel “Porca troia” dentro me stesso. C’è casino e non mi vede. Continuo dritto verso il corridoio e guardo l’orologio: mezzanotte meno un quarto, sarà già sbronza lei, potrei anche scamparla. Ad un certo punto, appena imboccato il tunnel bianco, mi sento toccare la spalla.

“Ciao David, quanto tempo…”

“Che ironia del caz…”

Mi volto.

“Ciao Caterina”

OMIODDDDDIO. Caterina. Sarà dal liceo che non la vedo. Piccolina, parecchio bassa, diciamo la verità. Capelli biondi lunghissimi e leggermente ondulati. La sua bocca ha sempre quella smorfia, con quel labbro superiore un pò piu avanti rispetto a tutto il resto che la porta continuamente a mordersi, sensualissma, il labbro inferiore con i suoi denti color avorio.

Mi porge la guancia. Io vorrei portarmela via seduta stante. Bacio a sinistra, bacio a destra. Tutto quello che in 5 anni di liceo sono riuscito a rimediare con lei, me lo piglio anche ora, niente più, niente meno. E sì che ci ho provato fino alla morte a sfiorarle, con il mio, quel labbro superiore che mi fa impazziere. E quante volte ho sognato i suoi seni. Sì, perché lei non ha le tette, è talmente eterea che lei è una delle poche ragazze che conosco che ha i seni e non le più volgari (ma non meno eccitanti, mettiamolo in chiaro subito) tette.

“Quanto tempo…”

Grandissimo inizio da parte mia, la fiera dell’originalità. Lei mi guarda. Ha delle ciglia lunghe e curatissime. La mia attenzione però si concentra subito sulla sua bocca. Mi sento molto Clark Gable (uguale… come no), non so cosa mi prende, il cuore batte che temo lei possa sentirne il rumore. Le cingo i fianchi e la tiro a me. Lei non dice niente, mi guarda, credo. Perché io non la guardo negli occhi, c’è sempre questa bocca da morire che mi oscura ogni cosa, le pieghe rossastre delle sue labbra così vicine mi raddoppiano la velocità del battito, sto per scoppiare.

Mi abbasso verso di lei, la sto per baciare. Lei guarda alla sua sinistra “Cazzo, c’è Valerie”, mi ritorna in mente. Se ci vede mi fa una scena madre che passerà alla storia. Ma ormai è troppo tardi, ho deciso. Sento rumore furioso di tacchi che si avvicina ma nel mentre Caterina chiude gli occhi e mi porge la sua bocca. Chiudo i miei. Ci siamo. Poi vedo delle foglie cadere dal soffitto. C’è qualcosa che non va.

Mi sveglio. Sabato sera solo. A casa da solo. Sul divano. Addio Caterina, è stato bello sognarti ancora. Bello svegliarsi con un buco allo stomaco e il respiro affannato. Ti aspetto anche domani notte, torna a trovarmi, ti prego.

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